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JKD Un approccio alla verità sulla via della liberazione

In questo ultimo decennio molto si è scritto e si è discusso sul JKD, l’Arte Marziale creata da Si-Jo Bruce Lee verso la fine degli anni 60. Molti esperti e non, hanno espresso il loro parere per chiarire e districare la complessa matassa che avvolge il tormentato ambiente del Jkd.
Tuttavia ogni tentativo di spiegare e delucidare cosa sia in realtà il JKD si è spesso rivelato infruttuoso tanto è risultato di parte e quindi parziale.
Abbiamo così quelli che si definiscono Original che praticano e predicano solo e solamente quello che Bruce Lee insegnava quando era in vita che si oppongono con risolutezza contro i famosi Concepts, i quali vanno oltre al sistema basandosi sul motto Assorbi ciò che è utile e rigetta l’ Inutile… come per dire, il mio jkd non è il tuo(frase ormai defunta che ha fatto il suo tempo).

E allora? Dove sta la verità? Chi ha ragione e chi ha torto?

Tutto ruota attorno alla comprensione di cosa sia veramente il JKD! La risposta al quesito stà tutta lì.
Esiste ancora perecchia confusione, in quanto le frasi del fondatore sono state male interpretate. Si vedono scuole di jkd che lavorano a terra, che chiamano il loro sistema jkd mma, che includono una grande varietà di  tecniche di silat e kali e così via. Purtroppo esse si allontanano dalla verità del combattimento, la quale è semplice e diretta. Come disse Bruce Lee, se si combatte secondo uno stile, un sistema alla fine si finirà per adottare tutte le  restrizioni e limitazioni di quel metodo!
In questo mio scritto io non detterò conclusioni ma mi limiterò a dare dei pareri sulla base di alcune verità assodate. Ora bisogna considerare il fatto che il JKD è l’alter ego del JUNFAN GONG-FU. Tuttavia non sono esattamente la stessa cosa. Il secondo è l’approccio per poter arrivare al primo e assomiglia ad un sistema ben strutturato mentre il primo non ha nè capo nè coda, nessuna via come via e si rifà a tutti gli stili, metodi e sistemi senza però subirne l’ influenza. Bruce Lee amava il confronto con con altri stili marziali del suo tempo, del karate, ju jitsu, judo.. tae kwon do ecc. Grazie a ciò, potè diventare molto critico nei confronti dei loro stili praticati, in virtù di una meticolosa ricerca e perfezionamento del se.  Secondo il suo pensiero, i loro Maestri si erano persi nel mare del Classicismo.

Influenzato dalla filosofia di Krishnamurti, Lee concluse che al posto di guardare la Tradizione da fuori ed impegnarsi in un’ esplorazione delle sue radici, essi si erano lasciati trascinare in una “Morte Verticale” fatta di inutili routine, di “Sezionamenti fantastici della Realtà”cadendo nella cristallizazione delle loro routine.  Il risultato è un allontanamento dalla verità e quindi dalla vera comprensione delle Arti Marziali. L’ ottica di Bruce Lee sancì che troppo tempo veniva speso inutilmente nella pratica delle forme e poco nella ricerca della realtà che è SEMPLICE/ DIRETTA/ NON CLASSICA.

Sulla base di questa concezione, Bruce Lee operò a lungo per approdare ad un approccio scientifico al combattimento(secondo la Fisica Newtoniana). Come ex praticante di Wing-Chun,ne riconobbe i limiti e li sopperì con elementi di Scherme e di Pugilato Occidentale. Fu così che chiamò inizialmente il suo metodo(stiamo parlando di un sistema) > Chinese Gong Fu (o Gong Fu non Classico) e successivamente in seguito a migliorie  JunFan Gong-Fu.

Quello che bisogna sapere per comprendere il jkd è che esiste il processo taoista del pieno&del vuoto. Come lo scultore che modella la sua opera dopo aver accumulato la grezza creta, altrettanto nel jkd è necessario accumulare il fardello della conoscenza(grazie alla base> il Jun Fan GongFu) per poi aprirlo e detrarre, arrivando alla semplicità.In poche parole bisogna dissolvere la conoscenza. Nel contesto del Jun Fan furono inseriti elementi di Chin-Na e Calci tipici degli Stili della Cina del Nord e del Sud. Nel 1967 il Jun Fan Gong-Fu divenne JKD, in vista di una più ampia risoluzione di vedute che abbraccia la lotta senza regole.  Bruce Lee avanzò la convinzione che il lottatore maggiormente pericoloso, fosse quello che sapeva quasi nulla o nulla di Arti Marziali ma che era estremamente deciso e determinato a staccare il naso a morsi a chiunque ed a qualunque costo.
Questa visone collocò il jkd come il nuovo verbo, senza frontiere, limiti e pregiudizi allontanandolo definitivamente dalle regole e dai formalismi. La difesa in una situazione reale non poteva essere standardizzata attraverso le forme in quanto l’oppositore poteva scegliere sceglierne i tempi e d i modi. Così Lee decise di chiamare LA ORIGINE del suo cambiamento JKD, proprio per dare risalto alla decisione estrema di FERMARE IL NEMICO SULLA PORTA.

Bruce Lee ripeteva spesso che per cambiare, diventare un’altra cosa, dobbiamo capire cosa siamo. Conseguentemente il Cambiamento operato da Lee costò molta autoanalisi riflessione,  ricerca e fu sottolineato dallo stesso fondatore come un Concetto, un Metodo senza Metodo, una Via senza Via, proprio per discriminarsi degli stili classici e dai metodi e sistemi rigidi e inflessibili.

Il CORE DEL JKD è l’uomo AL CENTRO DI TUTTO.
L’uomo DEL Jkd si libera da tutti i condizionamenti imposti ed agisce spontaneamente ritornando alla naturale origine,la condizione di principiante. L’uomo come base del cambiamento, come base dell’ esigenza di vedere il problema in profondità. Per questo motivo il JKD è esclusivo, personale e rifugge le masse oceaniche di praticanti. Il JKD è fatto per un elite di Artiti Marziali. Quindi il risultato di questa Summa è che il JKD è SEMPLICE (NON ARTIFICIOSO) DIRETTO (SENZA FRONZOLI) NON CLASSICO (SENZA TECNICHE FIORITE)

Sono questi i suoi tre capisaldi che lo differenziano dal JUNFAN il quale viene visto come il Suo contenitore.  Vogliamo sfatatare l’ idea che JKD è pratica con i bastoni filippini, coltelli e quant’altro tipi che armi del Kali e Silat. Certamente come idea profusa in esso dell’ evoluzione, in quanto l’uomo è in un perenne processo di crescita, ci sono tecniche di Kali e Silat molto interessanti per un Jkd Man. Bruce Lee definì qualità quelle che ogni praticante di Arti Marziali deve sviluppare per eccellere. L’uso delle Armi di sicuro è una valida pratica complementare al JKD in grado di innescare e implementare queste qualità. Lo Stesso Lee amava praticare con le armi e la sua casa di Los Angeles era piena di armi di tutti i tipi. Tuttavia non insegnò mai il loro uso.  Mi dispiace doverlo dire, ma chi partica jkd con l’uso di armi filippine, non sta facendo jkd. Oggi, dalla morte di Lee, le Arti Marziali hanno fatto passi da gigante. Forti della sua innegabile influenza, gli artisti marziali si sono inventate le MMA, come sport di lotta estremo. Ma in tutta onestà non hanno inventato nulla, in quanto Bruce Lee è il vero padre delle Arti Marziali Miste. Tuttavia il messaggio è stato male interpretato e questo non ha fatto altro che dare il via da una miriade di scuole spurie di jkd. La verità è che nel jkd non si va a terra e la soluzione a terra viene presa solo e solamente nel caso in cui non funzionino i colpi per inchiodare o per uscire. La vera Filosofia del  JKD è la strategia del colpire e ancora colpire. Nel Jkd non si mira ad uno scambio perpetuo di colpi. Lo scontro è uno scontro da strada, dove tutto si svolge in attivo(possibilmenTe) e dura molto poco.

Per concludere voglio riportare una frase che Bruce Lee diceva spesso ai suoi allievi: “Tu non devi fare quello che ti ho imparato, devi fare molto di più di quello che ti ho insegnato”.
Ora se siete in grado di fare 1+1, traete le vostre conclusioni.

L’etimologia nelle arti marziali filippine – Francesco Corradino

L’ETIMOLIGIA NELLE ARTI MARZIALI FILIPPINE
di Francesco Corradino

Quando un appassionato di arti marziali, si avvicina al mondo delle arti filippine, per prima cosa (che diciamola tutta, può capitare ogni volta che ci accostiamo a tutte le arti provenienti dal continente asiatico) con cui dobbiamo confrontarci sono le terminologie.
La differenza tra le Arti Filippine e il Kung Fu o il Karate, sta nel fatto  sostanzialmente in questo caso non abbiamo solo un problema di memorizzazione, ma anche di verifica della fonte.

Mi spiego meglio, imparare i nomi cinesi, è solo questione di memorizzazione, poi li stessi li ritroverete sia nella lingua parlata o in altri stili. Nelle arti marziali filippini, potrete imbattervi nella spiacevole circostanza che la stessa parola abbia significati differenti tra i vari stili filippini, molte volte, alcuni danno significati differenti.
Ecco perché molte volte diventa importante la fonte, per capire il significato da attribuire, ed ecco che questo articolo non vuole essere un semplice vocabolario sulle tecniche filippine, quello lo potete trovare semplicemente su un qualsiasi motore di ricerca, ma si vuol disquisire sulla provenienza del termine.
Iniziamo dalle tre parole che indentificano gli stili e cioè Arnis – Kali ed Eskrima, per molto tempo si è creduto che la sua diffusione del termine dipendeva dalle regioni in cui ti trovavi nelle Filippi ne, Eskrima al nord, Arnis al centro, Kali al sud.

In realtà si scoprì che non è esattamente così, cerchiamo di individuare le etimologie delle tre parole, partendo proprio dall’Eskrima:
La versione più accreditata attribuisce al termine Eskrima una filippizzazione del termine spagnolo esgrima, usato dagli spagnoli per distinguere le tecniche filippina di scherma. Alcuni  Maestri asseriscono che è usata per identificare quei sistemi monotematici, che usano un solo tipo di arma, a differenza della maggior parte degli altri stili che hanno invece molte arre di studio nel combattimento.

La versione più accreditata della parola Arnis colloca la sua derivazione nell’oggetto, ossia  “harnees de mano”, che è il nome del braccialetto conosciuto oggi come arnis de mano.  Tale oggetto è  usato per proteggere i polsi durante gli allenamenti con le armi.     Altri  invece asseriscono che l’Arnes, da cui deriva la parola, sia la veste usata dagli escrimatori per esibirsi in pubblico (come sapete quando le Filippine furono conquistate dagli spagnoli  venne proibito l’uso delle armi, per cui per molto tempo i filippini continuarono ad allenarsi simulando  forme teatrali).

Il termine Kali invece è quello più controverso, inizialmente si è creduto che nelle filippine, questo termine non esistesse, che fosse solo una occidentalizzazione dovuta all’esportazione del GM Dan Inosanto di tale Arte in tutto il mondo.  A supporto di tale considerazione si osservava che quando fu organizzato il primo torneo di Arti marziali Filippine, il termine usato fu Arnis e non Kali. Questa teoria fu subito smentita, quando si pote registrare il suo uso come termine di Arte Marziale, nel libro del 1954 di Placido Yamabao, che indicava l’etimologia dalla parola Kalis, come arma usata dagli antichi guerrieri .

Dan Inosanto nel suo libro definisce la parola Kali come la contrazione di due parole:  Lihok, letteralmente mano (o corpo) in movimento.
Recentemente, è uscito un nuovo documentario sulle Arti Marziali Filippine, dal titolo Kali means scrape (“Kali significa graffiare”), chissà non sia questo il vero significato della parola, invece di essere un titolo completamente figurativo.

Uno dei più grossi misconcetti, per non dire abusi, che possiamo trovare nelle FMA (useremo d’ora in poi per indicare le arti marziali filippine o l’Arnis- Kali- Eskrima) è l’uso della parola dumog, usata per ogni cosa tecnica a corta distanza.   In realtà dumog indica solamente la fase di close combat, cioè superficialmente lottare,  per cui  quando ad esempio applichiamo una leva  il termine kunsi è più inerente.   Dumog è l’equivalente di submission. Mentre le tecniche usate nella corta distanza, quali trapping e bloccaggi, vengono identificati con ipit e con walis, si indicano le spazzate mentre con buno le tecniche di spazzate
Le tecniche di lotta con le armi sono chiamate agaw, che è l’equivalente del nostro disarmo, mentre con warwok, si indica la restituzione dell’arma, mentre è ancora nelle mani dell’avversario.

In ogni corso che si rispetti la prima cosa che si insegneranno è la guardia (bantay), che può essere quella alta col bastone appoggiato sulla spalla (abierta ) o col bastone di fronte al petto, pronto ad essere usato di rovescio(serrada), il bastone probabilmente sarà il nostro primo compagno di viaggio, normalmente viene chiamato olisi, ma esistono tanti altri nomi, che dipendono dalle sue peculiarità: Baston,  pat pat, tukod, istik, pamalo, sika, ararog.
Dopo aver imparato gli attacchi base(cinquo tiros) potremmo addentrarci nella loro difesa(abecedario), probabilmente passeremo ad usare il doppio bastone e impareremo uno dei primi esercizi e cioè il sinawalli.

La traduzione di sinawalli, non è proprio così semplice, letteralmente significa sbandierare(ondulare), molti la traducono con armi incrociati, per indicare la peculiarità dell’esercizio.  Ad oggi tutti indicano con sinawalli qualsiasi esercizio con due bastoni, per cui ormai con sinawalli si intendono l’insieme delle tecniche col doppio bastone.

Dopo le tecniche, si potrebbe iniziare a studiare esercizi inerenti la fluidità, che è la peculiarità degli stili filippini.    Uno dei primi esercizi che si insegna è l’hubad lubud, letteralmente legare slegare, dove potremmo iniziare ad inserire le varie tecniche di colpi quali: siko (gomiti), tuhod (ginocchia), sipa (calci) songab(colpi di dita), gunting (colpi agli arti con un movimento a forbice) etc etc…

Un altro esercizio che insegna la fluidità è la sumbrada, che molti e traducono ombra (shanino), forse per via della somiglianza della parola con sombrero.   In realtà ormai la traduzione assodata è “contra to contra”, cioè ribattere colpo su colpo, rispondere ad ogni colpo, per far capire l’utilità dell’esercizio.  Molti identificano con sumbrada  il primo colpo di questa serie di tecniche (roof block = blocco tetto, parata con bastone obliquo sopra la testa a parare u fendente dall’allto al basso ) mentre la traduzione letterale del termine è più probabilmente  “saltare il fosso, rischiare”.

Protezione Personale – Marcello Giannola

Protezione Personale
Un Sistema di Difesa Globale
Adeguato alle Tue Esigenze Reali
di
Marcello Giannola


*tratto dalla quarta di copertina del libro.

Questo testo, diligentemente redatto si rivolge a tutti coloro i quali sono impegnati nella propria vita quotidiana a vivere la città con le sue insidie ed i suoi pericoli.

In una società aggravata dalla crisi economica che diviene sempre più aggressiva e la quale ci pone davanti numerosi pericoli, l’unica via per potersi difendere è la presa di coscienza dei pericoli stessi.

Per far ciò occorre saperli riconoscere e quindi prevenirli. I consigli dell’autore divengono così, reali tecniche di protezione personale a 360°, dove le strategie evitano il confronto diretto nel quale non sempre se ne esce vittoriosi.

Il valore della propria vita e quella delle persone a noi care ci obbligano ad avere comportamenti adeguati alle situazioni, occorre essere in continuo movimento sempre pronti e duttili al cambiamento.

L’autore ci invita ad essere attenti osservatori, perchè è nella prevenzione la vera protezione personale.

Le abitudini comportamentali faranno la differenza nella nostra difesa così come l’acqua assume la forma del suo contenitore, dobbiamo essere in costante e vigile attenzione ai mutevoli cambiamenti della società.

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Presentazione

Il concetto di utilizzare sistemi di combattimento per proteggere se stessi e gli altri è stato ben presente nel corso della storia dell’uomo che, spesso, spinto dalla necessità, si è ingegnato per creare metodi di lotta che potessero aiutarlo in caso di pericolo e aggressione. Ho conosciuto il Maestro Marcello Giannola in uno dei tanti seminari che la F.I.J.L.K.AM. ha organizzato per la diffusione del metodo federale sull’autodifesa. Ho colto subito una sua particolare propensione tecnica ed una sempre presente attenzione sugli argomenti trattati e, attraverso gli incontri successivi, i colloqui più approfonditi ne hanno delineato la grande passione e conoscenza per la materia, rafforzando il piacere di parlare con lui.  La particolarità e l’ampiezza delle problematiche riguardanti la sicurezza, ne fanno un difficile e variegato terreno di confronto, spesso ispirato a correnti di idee in contrasto tra loro. Anche su questo sono state incentrate le nostre conversazioni, una delle quali è stata l’occasione per mettermi al corrente della stesura dell’opera che si apprestava a terminare. La lettura della bozza, man mano che le pagine scorrevano sotto i miei occhi, è stata occasione di continua, piacevole sorpresa e crescente interesse. Questo libro rappresenta un lavoro articolato, di grande complessità, meticoloso, completo, che si pone ai vertici di quanto oggi è possibile trovare in circolazione relativamente alle stesse tematiche illustrate. Ogni argomento è affrontato con grande rigore, anche attraverso l’ausilio della ricerca scientifica e con la competenza di chi, da anni, presta il suo impegno professionale nella Polizia di Stato a tutela della sicurezza della collettività. Sono stato particolarmente colpito dalla realizzazione del difficile equilibrio nell’illustrare e differenziare i momenti di prevenzione e di azione, frutto ben combinato di solide costruzioni tecniche ed umane. La prefazione, l’analisi geografica e sociologica delle aree metropolitane, l’esame statistico, la diversificazione del territorio, i documenti, gli agenti dei conflitti, la disamina delle situazioni di rischio, le rassegne giornalistiche, i documenti fotografici, le testimonianze, rappresentano pregevoli tessere incastonate mirabilmente a formare un prezioso mosaico. Così come viene ben evidenziata l’importanza di affrontare ogni situazione di rischio con il giusto spirito ed un’ideale condizione psicofisica, senza sottovalutare il pericolo e mantenendo una costante attenzione. Tutto questo senza eccedere nei concetti di presunta invulnerabilità ed eccesso di sicurezza che potrebbero inutilmente mettere a repentaglio la nostra ed altre vite umane. Grazie al Maestro Marcello Giannola per il grande contributo dato allo studio della difesa personale, alla società ed alla tutela del valore umano.

 Enzo Failla – Commissione Tecnica Nazionale M.G.A. – F.I.J.L.K.A.M.


Introduzione

Non è una novità  che grandi sobborghi e quartieri di periferia conosciuti per la concentrazione di atti criminosi, vengano utilizzati dalle grosse aziende di distribuzione, grandi magazzini ed altro, quali zone dove creare ed esercitare la loro professione ciò induce ai fruitori di questi grandi magazzini  a spostarsi verso la periferia delle città  per poter effettuare i loro acquisti esponendosi così a rischi risaputi quali essere vittime di ladri,drogati, rapinatori ed in casi peggiori violentatori e malviventi tutti.

Ma è tutta l’intera città  che diviene un rischio data la sua alta densità di popolazione che racchiude le razze e le tipologie più disparate, ciò comportando la tendenza al paradosso e cioè essere soli in mezzo a tanta gente; quello che però ci deve far riflettere non è tanto questo ma essere intanto coscienti e consapevoli che vi sono probabilità  di incontrare per la vostra strada persone apparentemente per bene che comunque potrebbero essere criminali in libertà condizionata, professionisti della truffa o del raggiro,borseggiatori  e per finire psicopatici, gente instabile e/o comunque nella totalità dei casi gente imprevedibile.

L’aumento della popolazione in ambito urbano, il degrado, la povertà diffusa creano quindi i presupposti ad una civiltà  imbarbarita comunque dal sistema economico attuale oltre che dalle proprie volontà  delinquenziali. Lo stato ed i vari governi che si susseguono sanno della necessità  di sicurezza che anno dopo anno à in continua crescita dovuta alla percezione di sicurezza dei cittadini molto più importante della sicurezza stessa. Causa delle politiche nazionali e locali non sempre il numero di poliziotti presenti nel territorio è adeguato ed in alcuni casi addestrato per far fronte alle  numerose richieste di intervento presso i centri urbani più densamente popolati.  Si rende necessario visto quanto detto in precedenza prendere coscienza della situazione esserne consapevoli e cercare, offrendo il meno possibile il fianco ai nostri oppositori, di essere parte attiva della protezione personale, familiare e domestica senza demandare questo compito così importante alle forze dell’ordine, le quali saranno nostre alleate sempre, ma purtroppo non costantemente presenti come vorremmo.

Volendo riassumere questo in due punti fondamentali:

  • essere parte attiva della mia protezione (non vittima passiva).
  • non demandare ad altri il delicato compito della protezione personale,familiare e domestica .  

detto questo e assimilato queste due semplici regole che ci accompagneranno lungo tutto questo nostro percorso formativo vi auguro che quanto esposto di seguito vi possa tornare utile per la vostra vita quotidiana e quella dei vostri cari.

…“ Nessuno può veramente garantire il futuro. La
cosa migliore da fare è prendere le misure, calcolare i
rischi, valutare la nostra capacità  di occuparsi di loro
ed attuare i nostri piani con fiducia.”…

Henry Ford II

…e ancora…

… “Ciò che separa vincenti e perdenti
è come un individuo reagisce ad
ogni svolta del destino ” …

Donald John Trump

 

Buona lettura
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