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Onore e Umiltà

Il metodo

Le origini della Scuola Onore ed Umiltà del Maestro Giuseppe Vuovolo si devono far risalire a tempi lontani.    Per le classi subalterne meridionali i secoli bui non terminarono con la scomparsa dell’ordinamento feudale e la nascita dello stato moderno, ma continuarono sino al secondo conflitto mondiale.  La sicurezza e la tutela sostanziale dei diritti fu prima assicurata soltanto alle classi dominanti, nobiltà, clero e borghesia. I più, non abbienti, ritrovarono autonomamente, in se stessi ed in forme spontanee associative, spesso segrete, la forza per la tutela della propria persona a dei propri beni, praticando arti difensive.


L’arte del coltello, come arma d’onore (così come nella nobiltà era diffusa la spada), fu quella più praticata, assieme a quella del bastone. Tra le tante società, operanti nel passato e tuttora, seppur mutata quasi geneticamente, in tante contrade meridionali c’era e c’è quella degli Uomini di vita.
Come accade ovunque la storia d’ogni costume popolare ed anche quella della società degli Uomini di vita, ricerca le sue origini in eventi lontani che la memoria ha poi mitizzato nella tradizione orale.
Anche a Manfredonia gli anziani riferiscono di valenti Crociati e Cavalieri e raccontano di Conte, Rosso e Fiorellin di Spagna, sbarcati in Calabria e del loro primo discepolo Peppino di Montalbano, assieme itineranti nel Mezzogiorno d’Italia a cui si aggiunse in S.Severo il loro compago Salvatore Balsamo. Cinque e non meno di cinque Cinque e non più di Cinque. Sette se si aggiungevano due “garanti di società”.
Si costituiva così una fonte di etica e di valore guerriero, che si assumeva l’onere aiutare in tutta riservatezza tanta gente desiderosa di giustizia, imponendo ai giovano l’etica dell’onore e dell’umiltà, formando atleti dal forte carattere ed insegnando loro l’antica arte del coltello e del bastone per l’autodifesa, la tutela dei più deboli e per la sicurezza collettiva.
Alla “fonte d’umiltà” si accedeva per cooptazione, esattamente come accadeva in qualsiasi contesto esoterico.  Il giudizio di ammissione era riservato a coloro che già facevano parte della “fonte d’umiltà”. Alcun trascorso disonorevole doveva risultare a carico dell’aspirante o della sua famiglia d’origine.
L’ingresso avveniva con giuramento di fiducia nei compagni, e nel capo in testa o, più correttamente, “chepntest” o “chepndrii” (lemma dialettale composito che ha le stesse radici del latino – caput -is e del greco aner-andros, cioè comandante di uomini).
L’aspirante quindi veniva edotto sulle regole di vita per comportamenti fondati sull’onore e sulla paziente tolleranza, educato a gestire la paura per sostenere con coraggio e in lucidità ogni situazione.  Veniva in oltre rigorosamente preparato nell’attività ginnica, istruito nella difesa a mani nude, con il bastone e con il coltello “chiuso” (o “fusto” nella sostanza un minimanganello).
Conseguita la sua formazione veniva associato e  poteva così passare anche a servire la comunità cittadina, partecipando a ronde che vigilavano sulla sicurezza privata e pubblica, contro gli “indegni” d’ogni risma. Oltre a ciò si poteva dedicare anche alla conciliazione di liti personali e familiari ed ovviamente alla difesa dei deboli e degli inermi.
Erano i tempi in cui nella sperduta periferia meridionale l’assenza dello Stato era endemica.
Ultimo campione di quella “fonte” che la memoria locale conserva fu Matteo “Ntrlingh”.  Oltre un secolo fa egli l’arte del bastone da un vecchio pastore che la praticava con maestria e modestia esemplare.  Matteo “Ntrlingh”, costretto ad emigrare in Buenos Aires, ove quell’arte veniva praticata in pubblici tornei, conseguì il titolo di campione argentino che conservò a lungo ed a cui poi rinunciò per il ritorno in patria e l’acquisto d’una modesta abitazione.
Rientrato a Manfredonia alla sua scuola forgiò nell’arte i locali, pochi in verità che ancora la praticano e la custodiscono gelosamente, intatta nello spirito, seppur modellata alla contemporaneità nel rispetto del vigente ordinamento giuridico.


La scuola di COLTELLO rappresentava, nei tempi antichi, l’inizio dell’addestramento, nel quale si usavano anche coltelli di legno per ovvi motivi di sicurezza.
Dopo un’idonea preventiva preparazione atletica si apprendevano le cinque forme chiamate rispettivamente la “libera”,  la “mezza chiusa” e la “chiusa”, a “tagliare”,  lo “specchio” e la “galeotta” (o “giro stretto”).   Ogni forma comportava un insieme di tecniche, mischiate fra loro secondo le necessità dettate dal combattimento.
L’arma preferita era il coltello cosiddetto “a viso lungo”, cioè con lama tipo scimitarra. Un’altra arma da loro usata era il rasoio, utilizzato anche per “punire” il colpevole di gravi fatti .   Il duello mortale avveniva solo quando si doveva difendere l’onore della propria famiglia o la vita propria o dei propri cari.      Oggi tutto questo è scomparso, rifiutato dalla coscienza collettiva e dallo stato di diritto. L’arma oggi è simulata e l’arte viene impartita per finalità ginniche e pedagogiche.

 

Arte subordinata era l’arte del BASTONE che prevede 16 movimenti di base. Una volta diventati padroni delle tecniche si iniziava la “catena”, un lavoro a coppie su attacchi di gambe ed assalti frontali.    Dopo aver sviluppato la catena, iniziava lo scontro vero e proprio, con le opportune astuzie.
Sia con il coltello che con il bastone ci sono due modi di combattere: a “tempo di scuola”, nel quale ci sono delle regole da rispettare  e a “chi più ne sa”, dove ognuno è libero di agire a sua scelta.
Un saluto di sfida avviava ed avvia la tenzone.
Poi v’è anche l’utilizzo “manichetta”; un finto coltello dalla forma simile alla roncola contadina (quella grande), che prevede anche l’impiego di un foulard di stoffa rossa legato al polso opposto al braccio armato ed usato come una frusta, generalmente orientato verso gli occhi dell’avversario: è una tecnica che pretende una grande preparazione atletica con cui si diparte da posizioni molto basse, seguite da improvvisi, imprevedibili e lunghi slanci mirati a raggiungere l’avversario inaspettatamente.
Vi è altresì un’altra forma dell’arte del bastone che fa invece uso di un sistema a due bastoni corti (65 cm. per 2-3 cm. di diametro). Tale forma sintetizza le scomparse tecniche del coltello a viso lungo, della manichetta e del bastone.
L’associazione non profit “Cavalieri d’Onore ed Umiltà” del Maestro Giuseppe Vuovolo ha recuperato dalla società degli Uomini di Vita le tecniche da essa praticate  e ciò che di valido è stato tramandato.